Quest’estate, al paese di papà,
ho conosciuto un giovane compare
che aveva grossomodo la mia età,
ma che fa di lavoro il militare.
Un lavoro vale l’altro per lui,
tutti devono mangiare, per cui…

Raccontava che quello stesso giorno
lo avevan richiamato al suo lavoro,
perciò diciamo che era di ritorno
dove stavano tutti quanti loro.
Loro, cioè i militari. Vi ricordo
che siamo in Afghanistan, d’accordo?

D’accordo. Io, curioso di natura,
non mi lasciai perdere l’occasione,
e iniziai: “dimmi dai, è tanto dura?
E in cosa consiste la vostra missione?”
Lui mi guarda, sornione e sorridente,
e mi fà: “là, noi, non ci facciam niente!”

“Ma come niente?”, gli rispondo io.
“Immaginati”, continua, “un deserto,
un nulla dimenticato da dio,
praticamente come un mare aperto
dove la notte scende sotto zero
e il giorno sembra bruci il mondo intero!

Ora ti puoi immaginar quel che accade.
In realtà noialtri scopriamo le mine
lungo le strade, che non sono strade,
ma semplici linee sulle cartine.
Qualsiasi dosso, buca o sasso pare
possa essere lì per farci saltare.

In buona sostanza siamo in balìa
degli eventi”. Io non capisco e intanto
chiedo: “però, avrete una strategia?
Voi sarete addestrati? Scusa tanto,
in fondo siete sempre militari,
eppoi, non siete tutti volontari?”

“Certo, ma guarda che non centra niente”
dice lui, “volontario è solo un grado,
come fossi comandante o sergente.
Io mica voglio andarci, però vado,
primo perché me lo dicono loro,
secondo perché perderei il lavoro.

Però ormai la pazienza m’è scaduta!
Se ti dicessi come noi italiani
siam messi, ti metteresti le mani
nei capelli, è una boiata assoluta
stare ancora lì! È tutto organizzato,
pensa che abbiamo pure già pagato!”

“Già pagato? E cosa? Spiegami almeno!”
“Abbiam pagato fino al due’diciotto”
continua lui, “l’affitto del terreno,
per cui è chiaro che alla fine, sotto
sotto, è già tutto bello che scritto:
che fai? vai via che hai già dato l’affitto?

Guarda ti dico soltanto più questa
per farti meglio capire il casino,
per capire perché uno poi protesta.
Fuori dal campo, di primo mattino,
una volta abbiam beccato un blindato,
uno dei super mezzi della Nato,

che percorreva gli stessi tragitti
che da mesi avevam pianificato.
Dovevi veder noi: dei derelitti!
Io ero sporco, brutto e male equipaggiato!
Mentre invece loro, tutti perfetti:
divise, radioline, occhiali, elmetti…

ché pensai: ‘questi sì san quel che fanno!’
A quel punto m’è venuta un’ideona.
Ora, devi sapere che a noi danno
una carta, una mappa della zona
dove sono segnati, in punti rossi,
pericoli piccoli, medi e grossi!

Orbene, ho pensato furbamente
che pure l’americano ne tiene
una e che se fossero fatte bene
ogni punto sarà corrispondente
a quelli della nostra cartina,
o al più una differenza piccolina.

Adesso, in un tragitto di un centinaio
di chilometri, cosa puoi pensare?
Che sian diversi, chessò, giusto un paio
di punti? No, mi son messo a contare:
nella mia ce n’eran novantasei,
nella loro: trecentoventisei!

Quindi più di duecento punti critici
di differenza tra loro e noi,
per cui sì: ‘americani siete mitici,
occhei, però avanti c’andate voi!’
Cioè, hai capito come siamo messi?
È ovvio poi che ci piglino per fessi!”

La discussione poi s’era protratta
ancora un po’ e, tra una consumazione
e l’altra, una cert’ora s’era fatta
e lui doveva farsi un levatone.
Aveva bisogno di riposare,
così lo salutai e lo lasciai andare.

Io adesso me lo immagino là
a portar la pagnotta alla famiglia
che, esattamente come me, non ha,
e solo in questo forse mi somiglia.
Lui da solo là, lavora da soldato,
io da solo qua, però disoccupato.

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