Cioè, alla fine, poi, bo’… è una mia idea,
un’idea che da sempre mi accompagna,
è la donna perfetta, la compagna
ideale, praticamente la dea
dei miei sogni segreti e, in quanto tale,
se ne rimane in cielo sempre uguale.

Però, delle volte che sono distratto,
mi sembra di vederla nel viso
di alcune amiche mie, nel loro sorriso,
e in quel preciso istante il suo ritratto,
esistente soltanto in fantasia,
mi si materializza innanzi. E via

di viaggioni mentali, viaggioni quali
quelli che fai solamente se sai
che ti sei già inguaiato. Sì, perché hai
già attivi i meccanismi naturali
che ti porteranno a concluder bene…
ormai è chiaro a tutti: la storia tiene.

Non voglio offendere, per carità,
ma finita la solita faccenda,
lascio che il cielo se la riprenda
e che ritorni com’è nella realtà.
A quel punto ecco venir fuori l’orso
che è in me, così le faccio ‘sto discorso:

“senti, con te voglio essere sincero,
voglio dir veramente quel che penso”,
e lo dico, ma so che non ha senso,
perché mica lo penso per davvero.
Le faccio: “sono uno che non s’affeziona,
ma non è colpa tua, ché tu sei bona,

è più una questione mia, personale,
per cui, se vuoi, vediamoci, però
sappi che… cioè, alla fine, poi, bo’:
sono fatto così, son fatto male”
Questo dico alle tipe che mi faccio,
lo so ragazzi, sono un pagliaccio.

Sia chiaro, prima di tutti a me stesso,
che questa è solo una turba mia,
una miserabile strategia
per poter ancora fare del sesso
senza per questo sentirmi impegnato,
cioè, alla fine, poi, bo’: mi son stufato.

Per una volta facciamo così,
facciamo che facciamo il contrario,
facciamo che invertiamo il vocabolario,
che se ti dico “no”, tu capisci “sì”.
Facciamo che io m’affeziono a te
e, miracolosamente, tu a me.

E per un attimo mi sembra vero
che si crei questa specie di magia,
ma capisco che è solo una follia
perché esisti soltanto nel pensiero,
quello stesso pensiero che ti creò,
lo stesso che… cioè, alla fine, poi, bo’.

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