Le volte che mi metto a dialogare
con me stesso, succedon cose strane:
una serie di voci cominciano a fare
bordello e mi suonano campane
nel cervello che non riesco più a fermare.

Subito la superbia sento spinge
lungo il baratro. Dentro si fa largo
colle sue lusinghe, scava e attinge
in quella parte di me che è in letargo:
si erige solida e imponente sfinge.

Poi, ancor più subdola perché vera,
dagli anfratti taglia infida l’invidia,
che col suo fare torto, peste nera,
si piega su me, vittima, e s’insidia
macchia d’olio sull’anima intera.

E poi non seguo più il rimbombo
di rumori frastagliati nella mente:
uno scoppio, un ansimante rombo
esplode ancora, e ancora prepotente
il tempo frena a dirmi che soccombo.

L’attimo di quiete che segue è nulla,
l’ennesimo inganno, ennesima truffa
farfuglia solita lite fasulla
tra il me che sono e la mia faccina buffa
colla quale spesso si trastulla.

Poi si riprende: stesso turbinio
di voci altisonanti, stesso pessimo
frastuono, nonché solito mio
incapace essere. Se solo sapessi mo-
strare il mio modo di essere: io.

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