Certe notti che sono introspettivo
percorro il tunnel della mia coscienza,
fino in fondo, fino alla presenza
d’un gigantesco punto interrogativo
che mi si attorciglia addosso e non riesco
più a capire se sono io Francesco.

Lì mi vengono tutte le domande
dal profondo valore esistenziale:
chi sono? dove vado? perché il male?
E mi do le risposte più nefande,
fino a giunger a quel che non so dire:
perché, mi chiedo, si deve morire?

Esattamente in quel preciso istante,
dove quel che più conta è la fede,
mi rannicchio su me stesso e succede
qualcosa veramente allucinante:
un’ombra bianca, vapore ondeggiante,
si stacca dal mio corpo più pesante.

La vedo salire leggera in cielo
e riconosco in lei la mia figura:
è l’anima mia che senza più paura
ha deciso di innalzarsi oltre il velo
delle domande senza una risposta,
e portarmi con lei oltre la costa.

In quel momento osservo quelle sfere
proprie dell’universo aristotelico,
le contemplo tutte quante, famelico
di ciò che non potrò mai più vedere,
quindi, nascosto all’ombra d’un eclisse,
do un bacio al cielo delle stelle fisse.

Allora la tensione si distende,
il groviglio nel quale m’ero messo
si sbroglia, lasciandomi genuflesso
sì, ma senza soffrire. Così s’accende
la quiete, il sonno, fiero, giunge
a smussar quel punto che più non punge.

La notte poi passa, come passa tutto.
Quando mi sveglio tutto è come prima,
nulla rimane, giusto qualche rima
sulle domande che m’hanno distrutto.
La verità sfuma come in un sogno,
la verità di cui non ho bisogno.

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