Un pomeriggio che stavo tranquillo
e me la cazzeggiavo sul divano,
sento qualcuno che mi fa uno squillo
sul cellulare che tenevo in mano.
Do un occhiata a chi fosse quel cornuto,
ma il numero segnato è “sconosciuto”.

Non ci penso e mi rifaccio sotto
colla nobile attività intellettuale
che avevo giusto un attimo interrotto,
ma due secondi dopo: squillo uguale.
“Ma chi è ‘sto maledetto cagacazzo
che a quest’ora del giorno rompe il cazzo?”

Così decido: spengo il cellulare.
Ma neanche il tempo di pigiare il tasto
che il citofono inizia a martellare,
a tal punto che penso che sia guasto.
Allora vado a guardare e, pensa te,
alla porta ci sta uno che vabè!

Un tipo colla tunica lunga e nera,
tipo Dart Fener di guerre stellari,
ma al posto del casco nero, c’era
un teschio, come quello dei corsari.
Poi aveva in mano una falce scura,
le sembianze da eterna mietitura.

Insomma, era la morte in persona.
A quel punto le faccio: “se sei venuta
a prendermi: no cara, non funziona.
Perché ho ancora da fare una seduta
d’autoerotismo resuscita morti,
nulla può la sventura che tu porti!

Quindi per favore vai. Fatti un giro
ché ho cose più importanti da fare.
Dai che al quarto piano c’è tale Ciro
che secondo me si vuole ammazzare.
Vai pure a fare una visita a lui,
qui c’è da lavorar”. Indi per cui…

Manco il tempo di capir quella scena
che in quell’istante la morte scompare.
O meglio, si tramuta in una falena
che mi entra in casa e inizia a svolazzare
su e giù per la sala e il corridoio.
Uno schifo che se ci penso muoio!

Allora un po’ titubante mi metto
ad arrotolare un vecchio giornale
che avevo là, e con un colpo netto
colpisco l’essere paranormale.
“Muori bestia schifosa!” Grido forte.
A terra cade stecchita: la morte.

E guardo in basso ancora un po’ nel panico
e, lottando con il mio stesso vomito,
la raccolgo e la butto nell’organico.
E poi mi gratto il fianco con il gomito,
e corro in bagno a lavarmi le mani,
ché a me gli insetti fan schifo ai cani!

Ritorno a rilassarmi più disteso.
Il cellu non ha più chiamate perse.
Concludo quel che ho lasciato in sospeso
e mi vengono su cose sommerse,
nell’inconscio penso, perché finisco
e mi resta un vuoto che non capisco.

Quella notte fissai ore e ore il soffitto
con un pantano di pensieri in testa,
la sensazione d’essere sconfitto,
qualcosa m’era rimasta indigesta:
la sega, la falena, non lo so,
la morte, cioè, alla fine, poi boh.

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