Quando una pornostar mi è venuta
in casa a chiedermi se davvero
volevo fare un film con lei, ero nero
dalla vergogna. Poi mi si è seduta
affianco e, nello stesso salottino
dove m’ero fatto più d’un provino,
mi spiegò per bene la sua veduta

“Guardi”, le dico dandole del lei,
“naturalmente sono lusingato,
ma qualcuno deve essersi sbagliato,
perché io, come dire, non avrei
quello che, diciamo, è necessario
per far carriera lungo ‘sto binario,
e a esser sinceri, manco lo vorrei.

Io sono uno, come dire, normale,
come tutti, né più e né meno. Cioè:
non son tipo da quel tipo di set,
non sono mica uno così speciale.
In più non ho chissà quali pretese
e con questo fatto delle riprese
certo non mi verrebbe naturale”.

Lei era d’una bellezza generica,
ma quella minigonna girocollo
m’eccitava fin dentro nel midollo,
ché bestemmiai tutti i santi d’America!
Dovetti fare uno sforzo pauroso
per non seguir le ragioni del mio coso
che vedeva una gnocca stratosferica.

Lei iniziò a dir ch’era una fortuna
aver trovato un giovanotto baldo
come me, e che iniziava far caldo.
Così, dapprima, si sfilò, una ad una,
le scarpe, e subito tutto quanto.
Poi mi prese la mano e disse: “è tanto
che ti sogno nudo al chiar di luna!”

La cosa ormai era assolutamente
palese. Per quanto sembrasse vero,
in quel momento lì, io, non c’ero:
non poteva accadere veramente.
Tutto era soltanto lo strascichio
d’un sogno il cui protagonista ero io,
e lei solo un residuo della mente.

Proprio per questo, consapevolmente,
mi buttai sopra di lei a capofitto,
tutto quanto eccitato, bello dritto
per godere di quel sogno cosciente.
Anche in sogno son rari quei momenti,
quei momenti che hai il pane e pure i denti,
che arrivi fino in fondo finalmente.

Poi mi svegliai. E basta, non racconto
più nulla, non sta bene e non si addice
dir troppo d’una musa ispiratrice:
lei è una meraviglia ed io son tonto.
Eppoi, scusate tanto: a vent’anni
è un conto, ma se ne hai trenta, di anni,
permettete, è tutto un altro conto.

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