Mi incazzo per i falli che subisco

Rifletto e riflettendo definisco,
confesso e confessando mi tradisco,
straparlo e straparlando intamarrisco,
mi incazzo per i falli che subisco.

Mi sa però che s’è incantato il disco,
infatti più ci provo e più fallisco,
mi trovo faccia a faccia un basilisco
(è qui che ci vorrebbe un asterisco).

Pietrificato allora mi punisco,
mi sento inginocchiato sul pietrisco,
resisto e resistendo mi esibisco.

Coltivo il dubbio e quindi rifiorisco,
è un fatto che di fatto non capisco:
com’è che più fatico e più gioisco?

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I saggi sanno di essere ignoranti – Miraggi

Ecco a voi il mio nuovo libro, “I saggi sanno di essere ignoranti” edito per i tipi di Miraggi. La collana Voci, all’interno della quale è stato inserito, è interamente dedicata alla poesia performativa, ragion per cui, delle 72 poesie che formano la raccolta, una buona parte è stata pensata e scritta per la lettura ad alta voce. Qui troverete pressoché tutte le poesie che ho declamato in giro per locali e librerie negli ultimi tre anni di reading e poetry slam.

L’introduzione è di Alfonso Maria Petrosino, amico e poeta che ringrazio sinceramente.

I saggi sanno di essere ignoranti foto.jpg

Pietro Pomponazzi

Vuole il rinascimento una cultura
che richiami l’ordine razionale,
ci son miracoli la cui misura
l’uomo non comprende, ed è normale.

È il classico determinismo astrale:
non esiste incantesimo o iattura,
nessun demone o spirito del male,
fatti rarissimi son dentro la natura.

Tutte le cose son mosse ad azione,
è inutile inventarsi altre storielle,
perché c’è Dio e la predestinazione.

E l’anima è proprio una di quelle,
mossa secondo i sensi e la ragione,
governata dal moto delle stelle.

L’insana voglia d’essere perfetti

Le ottave di mio padre e i maialetti,
i versi di Trilussa e di Stecchetti,
la fotta dell’Hip Hop che non ti aspetti,
le rime di Kaos One e di Gruffetti.

I libri autoprodotti su foglietti,
i Poetry Slam che perdi e non l’accetti,
un pubblico di soli amici stretti
e reading compensati con Moretti.

L’insana voglia d’essere perfetti,
la metrica che non sortisce effetti,
l’immagine di te che spesso ometti.

È sufficiente ormai che ti connetti,
in mezzo a questi rapper ragazzetti
io scrivo endecasillabi e sonetti.

Da questo piccolo angolo di mondo

Da questo piccolo angolo di mondo,
io riesco a percepire tutto quanto:
il senso delle cose in cui sprofondo,
le ideologie che reggono l’impianto,

il cosmo e il suo riverbero di fondo,
il lento propagarsi di quel canto,
le stelle che foracchiano lo sfondo,
la brina che si posa come un manto,

la piena quadratura del rotondo
e l’interpretazione dell’in-quanto,
il tempo che delimita il secondo,
il dubbio che preoccupa soltanto,

il rantolo di un nonno moribondo,
un padre che gli sta vicino affranto,
il grembo della madre già fecondo,
la gioia che matura verso il pianto,

le grida d’un bambino furibondo,
il torto d’un castigo sacrosanto,
le scelte limitanti che assecondo,
la gratificazione che millanto.

Da questo piccolo angolo di mondo
io riesco a percepire tutto quanto,
il mio peregrinare vagabondo
e l’esultanza prima dello schianto.

Sputo veleno

Mi sento come fossi sotto un treno,
spaccato dentro, vari turbamenti,
amore viscerale, odio pieno,
finte formalità, liti latenti.

Son tutti come me, chi più chi meno:
scemi incapaci d’essere contenti,
dovrebbero pagarmi perlomeno
perché passo il Natale dai parenti.

Oramai sono anni che mi alleno
e gli esiti non son soddisfacenti,
per quello che si può, sputo veleno.

Un pubblico di amici e conoscenti,
necessito per essere sereno
di like e cuoricini nei commenti.

Porcini, piccioni e porcelli

(beatboxing poem #2)

A pranzo decidi
la pasta cucini,
ma poi ti concedi:
purè coi porcini.

Un punto su in cielo,
compare un piccione,
ti pare sia un cigno
ma un poco ciccione.

Io punto sul cibo
e parte un macello,
lo spiedo si accende:
patate e porcello.

E poi mi accingo
a porre la cena,
col piatto di acciughe
c’è un’apericena…

e poi mi accingo
a porre la cena,
col piatto di acciughe,
polpette di pollo,
più un pezzo di pizza
c’è l’apericena.

Niccolò Cusano

La conoscenza nel Rinascimento
è debitrice della concezione
classica di Aristotele e Platone,
ripresa attorno al millequattrocento.

Le Humanae Litterae son la visione
umana a cui fare riferimento,
è lì che l’uomo trova compimento:
davanti ai limiti della ragione.

La conoscenza di ogni realtà
dipende da quello che hai già in mente,
che ti è vicino per prossimità.

È l’ignoranza dotta del sapiente
che messo innanzi alla divinità
riconosce di non sapere niente.

A scuola

Il mondo delle quattro operazioni,
il saggio a tema storico e sociale,
lo studio della lingua, le versioni
e poi la proiezione ortogonale.

Collegio dei docenti, le riunioni,
la LIM con il registro digitale,
le firme per le giustificazioni,
whatsapp e la didattica speciale.

Le lettere alle porte, le sezioni,
un genitore aspetta sulle scale,
studenti fanno a turno le minzioni.

Il tempo fuori scorre sempre uguale,
il dubbio dentro ha le sue ragioni
e avere lo stipendio non è male.

A volte io mi sento un cavernicolo

A volte io mi sento un cavernicolo,
un uomo che si è perso in fondo al vicolo,
un topo che non passa dal cunicolo,
un cuore a cui non fùnzica un ventricolo.

Lo so che può sembrare un po’ ridicolo,
immagino di correre un pericolo,
mi sento come fossi su un veicolo
che sta precipitando a perpendicolo.

Io scrivo, ma è soltanto un ammennicolo,
infatti quel che penso non lo articolo,
mi esprimo molto meglio se gesticolo.

La vita si ingarbuglia in un reticolo,
raccolgo le poesie dentro un fascicolo
e spero che vi piaccia questo articolo.